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Cieco affidarsi
170x96 cm
Tecnica mista su tela
2010
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Spiriti di dicembre
30x60 cm (dittico)
Tecnica mista su tela
2010
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Luca Gastaldo nasce a Milano nel 1983 dove vive e lavora. Nel 2003 si è diplomato al liceo artistico nell'istituto Sacro Cuore di Milano. Nel 2008 si laurea all'Accademia di Belle Arti di Brera con indirizzo pittura sotto la cattedra del Prof. Addamiano. |
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| 2010 |
Personale “Tra suggestioni romantiche e vibrazioni contemporanee” a cura di Alessandra Redaelli, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano |
| 2009 |
Art Verona, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Fiera d´Arte “Proponendo”, Forte dei Marmi, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Collettiva “Al di là del bene e del cane” a cura di Viviana Siviero, sede estiva della GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI a Bedonia (PR)
Personale “Il buoi e la luce” a cura di Ettore Ceriani, Chiesa di San Rocco in Carnago (VA)
Asta di beneficenza a favore di “Save the Children” a cura di Emanuele Beluffi e Philippe Daverio, Conservatorio di Milano (catalogo)
Personale “Incontro con artisti d´oggi”, Centro Culturale Manzoni, Bresso (MI)
BAF (Bergamo Arte Fiera), GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Finalista Secondo Premio Bergamo Arte Contemporan
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| 2008 |
Art Verona, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Collettiva Premio Guido Pajetta, Ex Chiesa di San Carpoforo, Milano
CAF (Como Arte Fiera), GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Art & Style, Fiera Internazionale d´Arte e Design, San Gallo, Svizzera, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Fiera d´Arte Parma, Gallerie Le Stelle, Parma
Personale “La casa di questa mia sera” a cura di Cecilia Antolini, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
BAF (Bergamo Arte Fiera), GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano |
| 2007 |
Collettiva
Nuove entrate, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Collettiva City a cura di Chiara Canali, Galleria Le
Stelle Arte, Parma, in collaborazione con GALLERIA BIANCA MARIA
RIZZI, Milano
Selezionato Premio Artemisia, Ancona (catalogo)
Personale Quadri per un´esposizione a cura di
Tiziana Cordani, Centro Culturale di Milano
Asta benefica a favore della Associazione Montessori Internazionale
(AMI) in
collaborazione con GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano, Lions Club
Salzgitter
e la Sparkasse Salzgitter-Bad (GER) |
| 2006 |
Personale Galleria
Triangolo, Cremona
Personale “Presente, in divenire eterno”, a cura di
E. Ghiggini e C. Palombo, Galleria Ghiggini, Varese (catalogo)
Vincitore della V edizione del Premio Ghiggini Arte per giovani
di pittura e scultura, Varese |
| 2005 |
Collettiva "Eucaristia"
Basilica Madonna dei martiri, Molfetta, Ospedaletto dei
Crociati con l'opera "prendete e bevete"
Collettiva fondazione Gaetano Morgese con l'opera "Faro"
Partecipazione al VI concorso nazionale di pittura Gaetano Morgese,
Chiostro
delle Clarisse, Terlizzi (BA) |
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Luca
Gastaldo

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Testo Alessandra Redaelli
Luca Gastaldo
Il cielo è pesante, ingombro di nuvole gravide di temporale. Incombe sul paesaggio scosso da una vibrazione sorda ma incessante, una sorta di ribollire cupo che va inghiottendo tutti gli altri suoni. La natura appare paradossalmente immobile, forse vittima di un incantesimo che ne ha congelato i respiri prima che la investa, inesorabile e fatale, la potente folata di vento che annuncerà il temporale e piegherà le fronde.
E’ l’attimo prima della catastrofe. L’istante ineffabile e sublime che precede lo scatenarsi, la furia. In questo brandello di tempo si colloca l’opera di Luca Gastaldo. La sua è poetica dell’attesa, dell’emozione contratta nell’aspettativa, della tensione spasmodica e della paura che si stempera nella speranza. L’atmosfera che si respira nei suoi lavori è puro Sturm und Drang. Sono le nebbie di Turner e le ombre di Friedrich. E in qualche modo anche le vie fumose di Londra, quella della rivoluzione industriale cantata nelle poesie di William Blake.
Le sue paludi deserte e silenziose sono state abbandonate da qualsiasi forma di vita. Forse non sono mai state abitate. Non ancora. Scorci di un’intatta natura primordiale. Se vi si scorge traccia di umanità, si tratta di un’umanità più evocata che reale. Ombre fantasmatiche, forse solamente illusioni ottiche pronte a scomparire al prossimo battito di ciglia. O magari dell’umanità rimangono solo i segnali di un passaggio fugace: due mollette su un filo che vibra nel vento oppure profili di edifici che potrebbero anche essere rovine, illuminate soltanto nel breve attimo in cui la scarica del fulmine si abbatte sul terreno. E poi, subito, precipitate nell’oblio.
Ma di tanto in tanto, con il sapore del miracolo, all’improvviso il cielo si spalanca. E dall’orizzonte si fanno strada squarci di sereno inondati di un azzurro intenso, cangiante e ultraterreno.
Ora, negli ultimissimi lavori, è proprio il cielo a dominare incontrastato lo spazio della tela. Il punto di vista appare ribassato e la massa ribollente delle nuvole sembra pronta a rovesciarsi sullo spettatore, per travolgerlo insieme a tutta la realtà che lo circonda. Alla terra è lasciata solo una striscia, in basso, in fondo al quadro. A volte è poco più di un orlo su cui gli alberi, gli edifici, le persone sono ridotti a pura ombra. Altrove la sensazione è quella di un orizzonte sterminato, dentro il quale la strada si tuffa verso un viaggio infinito.
Romantico, anacronista e al tempo stesso modernissimo nel suo pensare l’arte come crogiuolo di emozioni, Luca Gastaldo ha scelto una tecnica complessa e originale in cui procede per sottrazione. Materia prima è il bitume, che lui stende dapprima sulla tela tagliato con acquaragia per ottenere un tono marrone chiaro. Su questa base crea il disegno con matite e gessetti, e il dipinto nasce quando usando acquaragia, stracci e pennelli l’artista leva strati di bitume e apre qua e là spiragli di luce.
Rifinito con nuove applicazioni di bitume, acrilici, incisioni e graffi, il lavoro, al termine del processo, si rivela agli occhi dello spettatore come qualcosa di concluso ma in qualche modo ancora in divenire, qualcosa che non avrà mai l’aria di essere davvero finito. La sensazione è quella di un sussurro costante, sottopelle. Una sorta di vibrazione febbrile giocata su sofisticatissimi equilibri chiaroscurali.
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Luca
Gastaldo

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TEMPI - 28 Novembre 2008
I nuovi romantici
Innamorati della materia da addomesticare con sapienza antica e piglio moderno.
Sono i giovani artisti di frontiera.
di Marina Mojana
L’Accademia di Brera è balzata agli onori delle cronache per una gestione fallimentare, con buchi da milioni di euro, eppure Milano continua ad essere una città viva, aperta, creativa, dove giovani del Medio Oriente scelgono di venire a studiare arte con borse di studio e, pur tra diversi linguaggi ed esperienze, trovano luoghi di dialogo e di confronto come la Fabbrica del Vapore con la mostra Glocal Art e Brera, appunto. Qui si sono formati i nuovi romantici, ragazzi nati tra il 1982 e il 1986 che nell’era fluida di internet, dove tutto è indeterminato e interattivo, preferiscono tela, pennelli, colori e piuttosto che cavalcare la tecnoarte e le nanotecnologie vanno a caccia di blocchi di marmo da scolpire o di un po’ di creta da modellare. Non sono dei nostalgici, ma sentono la necessità di esserci fisicamente nel gesto creativo, con ogni poro del loro corpo.
<…> L’ultimo dei romantici è Luca Gastaldo (1983) diplomato in pittura a Brera, al suo attivo mostre a Varese (Galleria Ghiggini), Cremona (Galleria Triangolo) e Milano (da Bianca Maria Rizzi) e quotazioni inferiori ai 5 mila euro. Nella primavera 2009 presenterà nell’ex chiesa di San Rocco di Carnago un ciclo di grandi paesaggi dipinti di luce e di bitume, su cui fanno da contrappunto macchie di turchese che affiora dall’ossido di rame. Il suo studio è a Bresso, in un ampio spazio industriale dentro l’hangar dell’officina di famiglia: quattro assi di abete chiaro inchiodate tra loro per creare un atelier davvero singolare, la cui porta è una tela dipinta. Quando non dipinge Gastaldo annota composizioni e colori su un taccuino formato tascabile, adora i disegni di Van Gogh, il tratto di Schiele, la pennellata di Papetti e la casa nel bosco di Caprezzo, sul lago Maggiore. La parete dove prepara la tela è tappezzata di scritte, di foto, di ricordi e la realtà passa nel quadro filtrata dalla sua memoria. Anche Gastaldo non subisce il fascino delle nuove tecnologie: «Amo l’aspetto artigianale del mio lavoro – dichiara – mi piace sperimentare colle industriali, catrami diluiti, resine, vetrificatori da parquet, per dire emozioni senza tempo con materiali contemporanei». Ogni mattina entra in studio e si specchia in queste parole di Caspar David Friedrich: «L’unica vera sorgente dell’arte è il nostro cuore (…) ogni autentica opera d’arte viene concepita in un’ora santa e partorita in un’ora felice, spesso senza che lo stesso artista ne sia consapevole, per l’impulso interiore del cuore».
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Luca
Gastaldo

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Cecilia Antolini |
Tu non ricordi la casa dei doganieri
Sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
E il suono del tuo riso non è più lieto: la bussola va impazzita all’avventura
E il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi: altro tempo frastorna
La tua memoria; un filo s’addipana.
(…)
(E. Montale, da La casa dei doganieri)
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ELOGIO DELL’OMBRA
Una pittura crepuscolare sciolta nel fondo più nero del bitume, solo qualche tratto di segno a ricordare i contorni e squarci di luce a illuminare l’insieme.
Luca Gastaldo esplora la pittura senza temere di indulgere a provocatori apparenti anacronismi che mescolano impressioni romantiche –sembra a tratti di avvertire un sapore di mistica sublime insieme alla vertigine di un misterioso disagio, concordia disarmonica che fonde e non confonde il soggetto col paesaggio– a soluzioni che condividono parziale realismo e simbolismo di certa pittura italiana del secolo scorso –quanto inattuale potrebbe essere se no quel covone di fieno?
Eppure l’esito formale è lontano da qualsiasi citazione esplicita, autonomo nella resa efficace di un’atmosfera emotiva prima che dei suoi oggetti.
Guarda al tempo l’artista, nella sua dimensione di passato memore e denso di rimandi, cercando di metterne in scena l’impossibilità della ripetizione e della sintesi, che è possibile catturare forse, a volte e con un colpo di fortuna in un’immagine sfumata dietro il buio sommerso e concentrato della memoria e del bitume.
Come il soggetto lirico di tanta poesia, a partire da quella di Montale di cui un verso presta il titolo qui, l’artista lascia che lo stato d’animo si trasferisca a e da gli oggetti e i paesaggi che sceglie di rappresentare, allontanando se stesso ed ogni narcisistica pretesa di intimità in favore di una visione astraente in cui altro tempo frastorna la tua memoria.
Resta il dubbio, se quel buio che scolora –e il verbo è pregnante, a ricordare che il bitume ricopre interamente ogni quadro prima che l’artista lo alleggerisca e sfumi togliendolo– ogni tela di Gastaldo sia rassegnazione decadente di fronte alla notte che avanza, solennità sentimentale alla Jacopo Ortis o forse anche pallido abbandono fiducioso all’improbabile possibilità del miracolo e della redenzione. Ricerca di un varco, in ogni caso –Il varco è qui? Come da fondamentale domanda montaliana–, attraverso cui giunga quell’illuminazione improvvisa, da magnanima divinità salvifica, che così naturalmente sembra voler riaccendere, sulle tele del giovane artista milanese, un barlume del senso delle cose. È solitudine imperante quella che domina questi paesaggi, confortata fore dal sapore vitale che viene dal sapere del ricordo, esclusivo appannaggio dell’artista, tremante percezione indistinta di chi guarda.
Tu non ricordi la casa di questa mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
Aprile 2007 Ettore Ceriani
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| Testo Ettore Ceriani |
Alcuni di noi sono come l’inchiostro
ed altri come la carta.
E se non fosse per il nero di alcuni
di noi, alcuni di noi sarebbero muti.
E se non fosse per il bianco di alcuni
di noi, alcuni di noi sarebbero ciechi
Khalil Gibran
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ELOGIO DELL’OMBRA
Da tempo volevo scrivere un elogio all’ombra ed ora Luca Gastaldo, con la sua pittura così ricca di laceranti contrasti chiaroscurali, me ne offre l’opportunità.
Sono consapevole di andare controcorrente poiché, di solito, ad attrarre la nostra attenzione è la luce rivelatrice, che delinea le forme, determina i colori nelle loro infinitesimali tonalità, ci introduce ogni giorno alla vita attiva. La luce è la voce della vita, l’ombra la silenziosa riflessione che l’accompagna.
Quanta ombra esiste in pittura! E quanta pittura non sarebbe così espressiva se con ci fosse l’ombra! Basterebbe guardare con maggiore attenzione al millenario percorso dell’arte per accorgersene. Non si tratta di una parte secondaria, ma vitale, del processo compositivo. Risparmio un lunghissimo elenco di autori, sperando che ciò diventi motivo, per tanti appassionati, di una lettura inconsueta della storia dell’arte.
L’ombra viene spesso interpretata come umile e necessario contrappunto formale, un apporto dell’immagine, destinato ad offrire consistenza alle nervature del dettato plastico.
Non è così. E ciò nasce, probabilmente, da una lettura un po’ superficiale e contrastata della vita, dove la cesura tra positivo e negativo è spesso netta. In ciò però la cultura occidentale si differenzia notevolmente da quelle orientali nelle quali i due aspetti si integrano osmoticamente.
Certo, se ci guardiamo attorno, il nostro occhio cade inevitabilmente sugli effetti finali di un lungo processo naturale. Non possiamo fare a meno di ammirare un albero con la sua imponente struttura di rami, il ricco fogliame, lo splendore di fiori e frutti, ma dell’albero sono parte insostituibili pure le radici che noi non vediamo: il seme è stato custodito ed alimentato nel buio della terra. Tanto che Khalil Gibran, anche pittore e forse il poeta che ha saputo meglio ricavare la luce dell’espressione dal magma della psiche, ha lasciato scritto: ‘La radice è un fiore che disdegna la fama’.
Ecco, l’ombra è una pausa interiore, intimità, ricerca dentro se stessi per ricavare da un silenzio fecondo le motivazioni necessarie a realizzare compiutamente l’idea da portare alla luce. Giustamente Gibran fa ancora notare: ‘Non si può toccare l’alba se non si sono percorsi i sentieri della notte’.
L’ombra è quindi sospensione, energia mentale in cui l’istinto delle nostre necessità si apre alla libertà dell’immaginario sino a quando, appena circostanziata dalla luce, si sostanzia in una scansione.
Nei dipinti di Gastaldo la pittura è spazio indefinito poiché legato alle sollecitazioni della speculazione mentale, nelle quali si incontrano le regioni insonni della propria psiche ‘notturna’ e quelle coscienti ma problematiche di quella ‘diurna’.
Sono immagini drammatiche, apparentemente cristallizzate nella incombente stabilità del chiaroscuro, ma in realtà intrinsecamente turbate, in quanto è evidente lo sforzo di tutelarle dall’oblio. Da intendersi, quest’ultimo, tanto come caotica dispersione nelle angustie del quotidiano, quanto come fuggevolezza della memoria.
Diventano ancor più drammatiche, nelle loro risonanze coloristiche in forte contrapposizione, perché nascono dalla profonda, sentita consapevolezza di una realtà ineludibile. Anzi, le stesse immagini appaiono come pure tramature esistenziali, che tendono, nella loro indeterminatezza iconografica affidata all’intuizione, ad effetti psichici inquietanti, segnati da luci esaltate, a volte livide, dal forte potere evocativo e dalla provvisorietà della percezione pura.
Nella embrionale figurazione di Luca, poggiata essenzialmente su contorni e masse, da cui è esclusa ogni compiacente possibilità di descrizione, viene cercata soprattutto la rispondenza spaziale nella quale, abbandonate le incombenze del quotidiano, si integrano la crudezza consapevole della vita e l’evasione utopica.
Quest’ultima (il cielo, le fughe della prospettiva, i laceranti squarci di luce) appare raffigurata vigorosamente e segnata da acuti contrasti che vibrano di una aggressività immediata, tesa a far presa psichicamente. Sono piccoli frammenti che evocano paesaggi più ampi, fantastici, cosmologici, rivelati in un attimo e destinati a svanire immediatamente, risultando perciò dolorosamente suggestivi.
Le visioni di Gastaldo vengono depositate in immagini, nel senso più etimologico di forme tratte dal profondo, fatte di luce e di tenebra, ma sempre di evidenza unica e folgorante. In queste evidenze, fatte di silenzio e di stupore, i luoghi della terrestrità, della natura, dell’esistenza sfiorano l’altro, sembrano farlo partecipe dei propri dubbi e dei propri desideri, assumendo valori emotivi, di tensione addirittura espressionista.
In tale condensazione emblematica del dettato cromatico, in atto di emergere dall’oblio, risulta evidente una concitazione romantica (Gericault), non priva di accenti simbolici ed investita da un’idea della immagine pittorica come abbacinata coagulazione di forme entro una vibrazione luminosa. Una germinazione di luce che a volte dissolve la leggibilità delle apparizioni, altre invece le rafforza in una strana mistura di naturalità atmosferica e di misteriosa energia pulsante che genera le visioni stesse come psicofanie.
Allora si comprende che quello di Luca non è uno sguardo sul mondo, ma un’immersione profonda nel dilemma sostanziale della vita attraverso immagini che la luce sfiocca e precisa, ravvicina ed allontana, nella diversa consistenza degli strati di colore, in superficie e in trasparenza, dando voce ad una silenziosa danza di forme interiori.
Baltasar Graciàn, pensatore e saggista spagnolo, ha lasciato scritto: ‘Nessuno può essere padrone di sé, se prima non si conosce’.
Aprile 2007 Ettore Ceriani
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