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Kinki Texas



Kinki Texas

Testo Alessandro Riva (2010) – Apocalypsis cum figuris
Testo Cecilia Maria di Bona
Testo Alessandro Riva (2007) - Tuoni e fulmini visivi nel Kinki-Texas-Space
Testo Paolo Manazza
Testo Marta Casati
Info
www.kinki-texas.com

 

Sleeping friendly crow
190x175 cm
Tecnica mista su tela
2010

 

 

 

 

Release the Bats
200x170 cm
Tecnica mista su tela
2010

 

 

 

 

Cannibale Grande
59,5x42 cm
Tecnica mista su carta
2010

 

 

 

 

Punish quietsch quatsch
40x30 cm
Tecnica mista su carta
2010

 

 

 

 

Solocism as chance
40x30 cm
Tecnica mista su carta
2010

 

 


Kinki Texas

Kinki Texas alias Holger Meier è nato nel 1969 a Brema (Germania) dove vive e lavora. Dal 1987 espone in diverse mostre personali e collettive. Dal 1994 lavora con tecniche digitali e dal 1999 è specializzato in animazione tridimensionale, installazioni di video e video di musica. Nel 2005 si laurea in Lettere e Filosofia all´Universitá di Brema.


 
2010

Personale “Cannibale Grande” a cura di Alessandro Riva, GALLERIA BIANCA
MARIA RIZZI, Milano
Personale Kunstverein Cuxhaven, GER
Personale “Psycho Pompos", Galleria Civica ggm1, Danzica, Polonia
Collettiva “Germania in galleria”, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Collettiva „32. Bremer Förderpreis  für Bildende Kunst 2009“, Städtische Galerie
im Buntentor, Brema, GER

2009

Personale, Galerie Schriever, Cologna, GER
Collettiva „6. Bremer Kunstfrühling“ del BBK, Gleishalle Güterbahnhof, Brema
Collettiva „Footage on the move“,Ruimte Frank Boni, Anversa, Belgio        
Collettiva “Al di là del bene e del cane” a cura di Viviana Siviero, sede estiva della GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI a Bedonia (PR)
Videoinstallazione “Urban Attitudes” a cura di Alessandro Trabucco, Tube
Gallery, Stazione Metropolitana Loreto, Milano
Collettiva “35. Spieltag”, Galerie Kramer, Brema
Asta di beneficenza a favore di “Save the Children” a cura di Emanuele Beluffi e Philippe Daverio, Conservatorio di Milano (catalogo)

2008

Collettiva “Election Day” a cura di Alessandro Trabucco, Villa Capriglio, Torino
Collettiva GADEWE – Galerie des Westens a cura di Tom Gefken, Brema (GER)
Personale “Low low low society”, Galleria Goethe 2, Bolzano
Collettiva „La Nocturne Rive droite“, Galerie Memmi, Parigi
Collettiva “Repertorio d´artista” a cura di Emanuele Beluffi, Studio Dei Notai Laurini Clerici, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano (C)
Personale „Kinki Anno Zero“ cura di Ivan Quaroni, Galleria Il Torchio – Costantini Arte Contemporanea, Milano
Finalista “Bremer Förderpreis 2008”, Städtische Galerie am Buntentor, Brema
Collettiva “Teaser. A short preview into 2008”, Galleria Goethe 2, Bolzano

2007

Collettiva “Segni – viaggio nel disegno contemporaneo” a cura di Mimmo Di Marzio, Endemica Arte Contemporanea, Roma (C)
Collettiva “Segni – viaggio nel disegno contemporaneo” a cura di Mimmo Di Marzio, Casa d´Arte San Lorenzo (C)
Personale “Tuoni e fulmini visivi nel Kinki-Texas-Space” a cura di Alessandro Riva e Paolo Manazza, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano (C)
Charge Festival, Bialystok, Polonia
Finalista “Bremer Förderpreis 2007”, Städtische Galerie am Buntentor, Brema

2006

Collettiva “Giornata del Contemporaneo” a cura di Chiara Canali, Castello Sforzesco, Milano
Collettiva “Etnie”, a cura di Alessandro Riva, Palazzo Durini, Milano, courtesy GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Personale “The Opposite of Bardot”, Flying Art Gallery, Ibiza, Spagna
Collettiva “Hansepol – Neue Wege durch Kunst”, Amburgo
Collettiva “ALLARMI II: Il cambio della guardia”, presentato della GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano, Caserma De Cristoforis, Como (C)
Collettiva “Fuoco amico”, a cura di Cecilia Antolini, Emergency, Como (C),
presentato della GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano

2005

Bipersonale con Julia Von Troschke “Mangiatori di patate”, a cura di Marta Casati, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano

2004

Bipersonale con Anja Fußbach “Unsere kleine Farm”, Galerie im Park, Brema
Mostra collettiva “Screen Spirit”, Städtische Galerie, Brema

2003

Mostra personale “Rio Lobo Motion”, Lobo, Texas USA

2002
Mostra personale “Kinky Texas”, Künstlerhaus Mousonturm, Francoforte
2000

Mostra personale “Eat me Texas”, Galerie Fruchtig, Francoforte
Mostra collettiva “Elvis Art”, Tip Top INN-Galerie, Brema

1999

Mostra collettiva “Adventskalender”, Galerie Fruchtig, Francoforte
Mostra bipersonale con Tobias Lange “Exorcism be damned”, Tip Top INN-Galerie, Brema
Mostra collettiva “The Elvisroom”, Galerie Saloon, Amburgo

1998

Mostra personale “Kinky Texas Graffitis”, Galerie Herold, Brema

1997

Mostra collettiva “Testreihe Gegenwart T12”, Galerie F 18 – Institut für Kunst, Information und Technologie, Amburgo

1996
Mostra bipersonale con Tobias Lange “Heldenbilder”, Galerie im Güldenhaus, Brema
1995

Mostra personale “Roman Nase as Buffo Kill”, Galerie Christian Just, Brema

1994

Mostra bipersonale con Udo Steinmann, Galerie im Güldenhaus, Brema

   
Fiere

 
2009

Step 09, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, / Galleria Il Torchio–Costantini Arte Contemporanea, Milano
Art Verona, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Fiera d´Arte “Proponendo”, Forte dei Marmi, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
BAF (Bergamo Arte Fiera), GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano

2008

St`Art, Strasburgo, Galleria Il Torchio–Costantini Arte Contemporanea, Milano
Arte Padova, Galleria Il Torchio–Costantini Arte Contemporanea, Milano
Art Verona, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
ART/CO´(Como Arte Fiera), GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
BAF (Bergamo Arte Fiera), GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI / Galleria Il Torchio–Costantini Arte Contemporanea, Milano

2007

St-art, Strasburgo, Galleria Il Torchio–Costantini Arte Contemporanea, Milano
Arte Padova, Galleria Il Torchio–Costantini Arte Contemporanea, Milano
Art Verona, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
International Art Fair Zurigo, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
KunStart Bolzano, Galleria Il Torchio–Costantini Arte Contemporanea, Milano
TEASE Art Fair Colonia, Flying Art Gallery, Ibiza, (Spagna)
MiArt, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano

2006

Art Verona, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Riparte Art Fair Napoli, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano

2005

Riparte Art Fair Roma, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano

   

PROGETTI

 
2004

Video musicale “Song Nr. 1” (TRASHMONKEYS) http://www.youtube.com/watch?v=Sj4f0idTKx0

2003 Film breve “Interloop” (CHUNG)
2002-2005

Kinky Texas TV-Spezial

Kinki Texas

Apocalypsis cum figuris

 Alessandro Riva

Sono la goccia d’acqua che si abbandona alla gravità,/sono i celi di mondi
sconosciuti/sono il fanciullo vestito di bianco nei vicoli di Marsiglia/il moretto
sui balconi assolati di Siviglia/sono Africa sono Australia/sono terra rossa/il fiato
di partigiani affamati e belli/il cuore del neonato appena venuto a noi/sono il
traffico delle vie infinite che vestono i mondi dell’universo/sono il profumo delle
giacche di tutti i padri/sono il respiro dei cetacei/l’argonauta pensoso nei
fondali/l’amerindio più colorato/sono il tropico del cancro/sono i banchi dei
mari/sono la bellezza della donna/l’ineffabile ologramma/ciò che si apre
dopo,/il cervello dei più grandi geni/sono il sistema nervoso di tutte le creature
del cosmo/sono l’angolo più oscuro delle viscere più buie/il giaciglio d’Asia
e l’amaca in Perù/le foreste della Cambogia/i volatili d’ogni terra./Sono io.

Antonio Santiago Ventura



C'è un'intera letteratura che popola il mondo dei sogni. "Ciò che il sogno rivela", scriveva Paracelso, "è l'ombra della saggezza esistente nell'uomo, anche se durante la veglia egli non ne ha coscienza". Mentre Eraclito, il grande filosofo della realtà mutevole e del divenire, già sottolineava come l'universo di chi veglia sia "uno e comune", ma nel sonno ciascuno "si rivolge al suo proprio": quasi a sottolineare l'incomunicabilità delle visioni dei sogni a coloro i quali - essendo altro da noi - non hanno avuto il privilegio di viverle, come invece le abbiamo vissute noi - seppure nel sogno. E Giamblico, da parte sua, nei Misteri d'Egitto, annotava come, durante il sonno, la forma d'esistenza dell'anima che non dipende dal corpo possa liberarsi dal mondo dei sensi e "ascoltare la voce della divinità".
Ascoltare la voce della divinità! E non era, del resto, un mettersi all'ascolto della divinità – di quel mondo che pure esiste, al di là del principio di realtà - anche l'esperienza estatica, il ballare forsennato dei ritmi dionisiaci, l'uscire dalla piccola gabbia della razionalità e della ragione dei grandi santi e degli sciamani?
Uomo sii attento! – recita il canto di Zarathustra nel capolavoro nicciano – Che dice la mezzanotte profonda?/"Io dormivo, dormivo -,/da un sonno profondo mi sono risvegliata: -/Profondo è il mondo,/e più profondo che nei pensieri del giorno./Profondo è il suo dolore -,/Piacere – più profondo ancora di sofferenza:/Dice il dolore: perisci!/Ma ogni piacere vuole eternità -,/vuole profonda profonda eternità!".

Di che materia sono fatti, i sogni allucinati e torbidi di Kinki Texas? Che diavolo stralunato e feroce abita, e che scherzo di un Dio impazzito e bizzarro ha voluto o dovuto creare, in un convulso sonno della ragion ragionante, questi incubi sconvolgenti e commoventi, convulsamente impuri e ferocemente necessari, dove fantasmi e diavoli dalle forme solo vagamente antropomorfe, e contemporaneamente umane e bestiali, combattono mostri immaginari e carnivori, creati da una particella impazzita della propria coscienza improvvisamente ribellatasi alle regole di ogni forma plausibile e di ogni morale possibile, cavalcando destrieri imbizzarriti e mutanti, le bocche stravolte in urli fragorosi e in ghigni zeppi di aguzzi denti e di parole masticate troppo in fretta, che rimbombano qua e là sulla tela, con la sonorità del loro lessico squinternato e incerto – parole in libertà che si urtano l'un l'altra ai bordi di uno spazio troppo stretto per comprenderle tutte, lettere lasciate libere di rotolare ovunque nello spazio incerto della mente e della visione, parole vuote e piene, liquide e insensate, suoni offuscati e rotolanti, ad un tempo muti e sonori, ripetuti ossessivamente e compulsivamente sulla tela, frammenti di discorsi lasciati scivolare sulla superficie del mondo, e ai bordi frastagliati della propria coscienza: tuoni ed echi vaghi di guerre lontane, battaglie combattute sul filo di lana di un eterno dormiveglia della coscienza, illusioni che lottano disperatamente con se stesse, pur sapendo che, presto o tardi, dovranno soccombere al mondo: e poi scontri all'arma bianca di sogni e utopie ormai perdute nel limbo dei propri destini, dilaniati dall'incedere cupo della trita banalità del reale: e sogni trasformatisi, come in una caotica e sconclusionata parodia di sempre nuove, e sempre ripetute, Metamorfosi (mille e mille volte ripetute, ogni notte di veglia e di un sonno inquieto e profondo che un qualche Dio ci concede di vivere, o di sognare – il che in fondo è lo stesso), in assurdi animali, solo apparentemente d'aspetto comune, o anche solo vagamente famigliare: cani, gufi, pipistrelli, croci, corvi, cavalli, conigli, fucili - apocalissi d'un mondo che ha perso la bussola dei propri limiti e dei propri rimpianti, lampi di ferocia che ci attanaglia da sempre, e come sempre troppo a lungo trattenuta, agghiaccianti tremori e terrori della propria ombra, dei propri sogni o del proprio destino: o, come recita un titolo di uno dei quadri dell'artista: uomini che hanno paura del proprio cavallo - e chi non avrebbe paura, del resto, dell'imprevisto materializzarsi, qui ed ora, del frutto proibito dei propri sogni convulsi, inconcepibili, enigmatici, oscuri: incomprensibili anche, e soprattutto, a noi stessi?

Kinki Texas ha saputo, contro il ritmo raziocinante e cupamente intellettualizzato e ideologico di gran parte dell'arte cosiddetta "contemporanea" odierna, tener vivo il fuoco della propria foga irrazionale e creatrice, liberandola dalle pastoie dello stile e dai sottilissimi diktat dell'esteticamente - oltre che del politicamente – corretto: ha saputo veleggiare, libero, e liberamente felice e scanzonato, lungo i lidi furiosi e apparentemente incontrollati della propria immaginazione, in quel confine sottile e segreto nel quale si incrociano, misteriosamente, i sentieri dei propri sogni atavici e infantili (cavalli, battaglie, immaginarie crociate, maschere di Zorro, mostri, pupazzi, racconti epici e ballate ed eroiche imprese mai conseguite e mai combattute) con le visioni diurne e notturne dei nostri sogni vigili di adulti mai del tutto cresciuti: dei sogni bizzarri, liminari e incompiuti, di quelle prime, vaghe impressioni che ci s'affacciano in testa di primo mattino – quando il tempo sembra essersi per un momento fermato nel punto di confine tra la notte e l'insorgere del giorno -, fatte di luci e di suoni vaghi e sconnessi, o di quei lampi di luce che ci colpiscono la vista, la sera, o la notte, prima che la nostra coscienza sia del tutto spenta, e prima che il sonno vero e proprio abbia preso il sopravvento sulla coscienza diurna: là, in quel maelström vago e confuso, dove non esiste ancora intreccio, né senso logico, né "prima" né "dopo": dove non si odono ancora parole e suoni sensati, dove non si è ancora insediato il regno, già a modo suo concreto e in qualche modo romanzesco, che appartiene all'universo del sogno vero e proprio: ma solo un confuso e soffuso parlottìo, un mescolamento di colori, di forme, di luci, di impressioni vivide e accese: e allora, ecco gli animali impossibili, imbizzarriti e frementi, i piccoli mostri ghignanti a due teste, i cieli di stelle e di fango, e le lontane città illuminate, e i fucili scarichi, e le caffettiere fumanti, e le bocche cucite, e i soli neri, e le parole perdute, e i ghigni funesti, e le cavalcate notturne dei sabbah, e gli stregoni, i gufi, le criniere fosforescenti, le scimmie impazzite, le croci ovunque, e le grida, e poi gli imbizzarriti, i furiosi, i matti, i decapitati, i guerrieri urlanti – e, qua e là, uno sbattere d'ali d'un misterioso volatile dal suono metallico.
Non c'è discontinuità, e tuttavia non c'è neppure continuità nel senso comune del termine, nei quadri di Kinki Texas: come nelle Metamorfosi ovidiane, il suo è un incedere caotico e straripante, per accumulo, per intreccio, per proliferazione costante e sovraccarica dei punti di vista, dei soggetti, delle parole pronunciate o accennate, delle scene raccontate: tra un quadro e l'altro c'è la discontinuità frammentaria dei grandi puzzle epici arcaici, delle grandi tradizioni orali, dove la realtà stessa si plasma man mano che viene tramandata e ri-raccontata, dove le storie narrate – se mai storie ci sono - si succedono l'una all'altra, mescolandosi e sovrapponendosi in un ingorgo labirintico, inestricabile e solo apparentemente casuale delle trame, dei significati, dei rimandi visivi: non c'è tempo cronologico né narrativo, non c'è centro né periferia, non c'è scansione né successione ordinata dei fatti o delle immagini rappresentate. Quello di Kinki Texas è un mondo altro rispetto al nostro, e che tuttavia ha, col nostro, dei sottili e imperscrutabili punti di contatto: un mondo che via via si crea, si forma, si popola, si autocrea, per partenogenesi, man mano che l'artista lo va formando, tassello dopo tassello, quadro dopo quadro, scena dopo scena, nelle singole tele, pezzi d'un insieme che perde continuamente il proprio centro, e ogni volta, paradossalmente, sembra ritrovarlo e ricrearlo da capo.

 


 

 

 

Kinki Texas

Le psicopatie nell’opera pittorica di Kinki Texas

Le psicopatie, psychasthenia, hysteria, anancastia, melancholia, catatonia, etc. sono sorelline affette dal disturbo schizoide, sadico, paranoide, etc., che, tenendosi per mano, e canticchiando una filastrocca senza senso, danzano in un vorticoso girotondo, su questa terra che gira anch’essa persa in un universo che possiamo solo sperare, credere, dotato di un senso.
E se la scoperta, il riconoscimento e l’accettazione dell’uomo nella sua intima essenza passa attraverso la penetrazione dei meandri drammatici e dolorosi della psiche dell’uomo pazzo –giacché in quest’ultimo emergono in forma esasperata e macroscopica quegli elementi costitutivi della nostra personalità, come ben videro Sigmund Freud, Wilhelm Reich, Michel Foucault, Bruno Bettelheim e molti altri– la cura tenterà di ricostituire e medicare un’identità fragile e/o distorta a partire dalla ricognizione di quelle carenze affettive che ne furono spesso, anche se non unicamente, le cause.

L’opera pittorica di Kinki Texas si mostra come un’arte intensa, scarnificata, pervasa da una tensione e rigore interiori altissimi, e capace di rivelarci, nella sua intima essenza tragica, una verità sulla natura umana che non vorremmo vedere.
Abbacinati dalla biacca del white-out, dello spazio vuoto permeato da un silenzio assordante,
privo di senso e per sempre insonne, scorgiamo figure, espressioniste, d’inaudita tragicità, disperazione e ferocia che sembrano urlare, pur non emettendo voce.
Qui le figure sembrano fendere lo spazio come un coltello ancora inzuppato nel sangue; se ne percepiscono gli scheletri, i denti, le unghie: homo homini lupus...
L’enfer sont les autres; anche la coscienza è come un cancro che divora il corpo e la vita… e ognuno è il peggior nemico di se stesso, l’assassino della sua propria vita, di quella vita che sembra stritolare con le sue stesse mani.
I personaggi di Kinki Texas sembrano essere gravati dalla colpa, dalla colpa ontologica di essere nati: è la colpa dei sopravvissuti, dei sopravissuti a se stessi.
Ma questi “umani disumani” sono viventi o spiriti, spettri?
Lo sguardo dell’artista sembra essere anch’esso spietato come quello di chi, eseguendo un’autopsia, dissolva la vita nell’acido, o quello dell’entomologo che tenga fermo l’insetto che paralizza con il veleno per riporlo sotto una teca: non emergono i sentimenti dell’artista, non vi è più tempo, non vi sono più lacrime per piangere.
Queste tele sembrano ricordare alcuni disegni dei bambini di Terezin, ad Auschwitz, se ne odono le grida come in un’allucinazione di infanzia perduta.
Si ha quasi timore ad avvicinarsi, timore che una lama possa fuoriuscire dalla tela: sono uomini e donne che non sanno dimenticare, la loro vita è rappresa e ancorata ad un passato agghiacciante, ancora presente e senza alcuna prospettiva.
Così queste figure spettrali di Kinki Texas, che ci obbligano a guardare dentro noi stessi per ritrovarvi almeno in potenza quella trama inestricabile di bramosie, smanie, violenze, traumi, angosce e paure segrete, potranno ritornare nei nostri sogni e nei nostri incubi, e al risveglio liberarci, nella catarsi, dal terrore che ci rivelino qualcosa di noi.

 

 

 

 

LE PSICOPATIE

Con l’espressione disturbo della personalità si suole indicare quel comportamento di un soggetto ritenuto inadeguato nei rapporti interpersonali e di integrazione nella società tale da suscitare giudizi di valore negativo. I disturbi della personalità, o psicopatie, si differenziano da tutti gli altri disturbi psichici perché non dipendono né dalle alterazioni delle fondamentali funzioni mentali, quali intelligenza, coscienza, pensiero, memoria, umore, né da cause dovute ad ansie nevrotiche.
Si attribuisce loro il significato di grave e permanente anomalia del carattere che favorisce comportamenti disturbati e sofferenze per gli altri, oltre che problemi di disadattamento sociale.
Secondo la prospettiva criminologica, fra i più frequenti disturbi della personalità si indicano (Ponti):
- Il disturbo schizoide di personalità o psicopatia disaffettiva, caratterizzato da aridità affettiva e insensibilità morale. I soggetti con questo disturbo presentano mancanza di pietà, indifferenza per le sofferenze altrui, assenza di rimorso, brutalità. I disaffettivi sono abbastanza frequenti fra gli autori di reati aggressivi e violenti (rapine, lesioni, omicidi, violenze carnali). Tipici sono anche i reati che scaturiscono da motivazioni egoistiche (sfruttamento della prostituzione);
- Il disturbo sadico di personalità, caratterizzato dalla crudeltà fisica o dalla violenza sugli altri e dal godimento per le sofferenze inflitte. Tipico il comportamento di alcuni aguzzini che, in particolari regimi politici, arriva sino alle torture;
- Il disturbo esplosivo intermittente, in personalità facili a reazioni esplosive e sproporzionate agli stimoli provocanti. Si tratta generalmente di personalità immature con deficit intellettivi che spesso usano condotte aggressive contro persone o cose;
- Il disturbo paranoide di personalità, proprio di quei soggetti con immotivata sospettosità e sfiducia nei confronti di tutti. Di rilievo criminologico, i querulomani, che possono incorrere in reati di ingiuria, diffamazione, calunnia, vilipendio delle istituzioni. Anche i fanatici sono affetti da disturbi di personalità paranoide, il cui tratto caratteristico è dato dall’enorme sentimento di certezza delle proprie idee che li priva del senso di autocritica, di adattabilità e di comprensione. Sono intolleranti e intransigenti. Personaggi con queste caratteristiche si possono ritrovare tra gli adepti a sette, culti, movimenti terroristici. Trasmettendo ad altri il loro fanatismo, possono crearsi varie ipotesi delittuose: suggestioni plagianti, circonvenzioni, induzioni al delitto;
- Il disturbo istrionico di personalità, caratteristico di coloro che abitualmente si comportano in modo drammatico manifestandolo teatralmente. Sono individui emotivamente immaturi che cercano di richiamare l’attenzione e di valorizzarsi con comportamenti e scelte plateali, oltre che un sistematico ricorso alla bugia patologica. Nel campo criminale sono soprattutto millantatori di credito, truffatori e coloro che esercitano professioni senza averne titolo. Tali soggetti sono detti mitomani quando si immedesimano talmente nei ruoli corrispondenti alle loro false affermazioni, per lo più megalomani, da trarre in inganno gli altri ed anche se stessi;
- Il disturbo antisociale di personalità, proprio di coloro che fin dall’infanzia dimostrano atteggiamenti ribelli, vandalismo e pessima governabilità. In età adulta si rivelano incostanti o indifferenti al lavoro o agli obblighi famigliari, diventano irritabili, aggressivi, portati alle risse, spesso abusano di alcool e di droghe. Si rivelano insomma, male adattati agli oneri che la convivenza sociale impone. In campo criminale li ritroviamo nelle sottoculture dei delinquenti abituali o nella delinquenza organizzata.
Educatori nell’Amministrazione Penitenziaria

 


 

 

 

Kinki Texas

Testo Alessandro Riva (2007) - Tuoni e fulmini visivi nel Kinki-Texas-Space

Alessandro Riva

Non è arte di strada. Non è strascico dal vago retrogusto pop, o neo-pop di ritorno. Non è pittura laureata, nata apposta per entrare, già precotta, in un museo. Dopotutto non è arte concettuale, e neppure art brut. Non è un videogioco, anche se alle volte ne assume le sembianze, e neppure videoarte. Non è semplice animazione, nè tantomeno fumetto mascherato. È lo spazio ambiguo di un racconto sincopato che si va costruendo, quadro dopo quadro, o frame dopo frame, tra immagini spiazzanti, segni, frasi, accenni di discorsi, stranissimi animali, personaggi allucinati, simboli, colori, retaggi religiosi o mitologici, strane creature provenienti dalla notte più profonda dell´inconscio collettivo, schiuma di concetti e di retropensieri senza apparente rigore narrativo rimasti impigliati sottotraccia, quasi casualmente, nella griglia saettante tra i recessi del nostro immaginario più remoto. È lo spazio arcano e misterioso di un disordinato deliquio dei sensi e della mente, è l´espansione del pensiero e della coscienza senza i freni inibitori delle convenzioni dei linguaggi artistici. È nient´altro che il Kinki-Texas-Space.
Capita assai di rado, nella scena del contemporaneo, di trovare artisti che abbiano completamente ridefinito lo spazio del proprio intervento visivo e concettuale secondo una logica assolutamente unitaria, del tutto autoreferenziale e autoconclusa, nella quale ogni elemento pare concorrere non solo a creare, compositivamente, lo spazio interno del singolo dipinto (o del singolo video), ma anche ad aggiungere, via via, un minuscolo tassello al grande affresco del proprio inesausto immaginario, secondo un progetto solo apparentemente disordinato e illogico, ma in realtà quantomai ferreo, coerente e rigoroso. Questo, oggi, sembra saper fare, con straordinaria naturalezza e freschezza narrativa e iconica, quello strano cantastorie dell´assurdo che è Kinki Texas.
Creatore di complesse trame visuali nelle quali ogni singolo elemento, ogni segno, ogni traccia, ogni parola paiono miracolosamente concorrere a un unico disegno, pur senza mai aver l´aria di voler cercare un fulcro, un centro, una coerenza iconica d´insieme, Kinki Texas è insieme artista di pensiero e d´istinto, di testa e di pancia, filosofo d´un pensiero frattale, non lineare e volutamente discontinuo, e giocoliere delle immagini depositate nel profondo della nostra psiche, artista dalle mille anime e dagli infiniti cortocircuiti intellettuali e visivi, e decrittatore, più o meno involontario, dei segreti recessi del nostro immaginario privato e collettivo.
Acido, strafottente, surreale, sferzante e mai consolatorio, Kinki Texas gioca a rimpiattino con i miti della cattiva coscienza occidentale e con gli „ismi“ del conformismo artistico ufficiale, sfotte i borghesi e si prende gioco della rivoluzione, fa il verso ai miti della società dello spettacolo integrato e sputa sulla tomba degli eroi dell´anticonformismo di maniera, è seduttivo e dolce quando meno te l´aspetteresti e rivoltante, offensivo, sputasangue, antigrazioso quanto oggi pochi artisti hanno il coraggio o la ferocia di essere. Kinki Texas si traveste da punk con i borghesi e da borghese con i punk, è sciocco, sarcastico, beffardo, selvaggio e irriverente come uno di quei sogni assurdi e allucinati che ci capitano alle volte tra capo e collo in una notte di burrasca, e dai quali non riusciamo più a scollar la mente senza mai trovarne il bandolo, o il ricordo esatto di che cosa sia accaduto e di come si dipanasse la sua trama; chiedendoci poi, per giorni e giorni, da dove diavolo saltasse fuori quel tal personaggio con quella strana maschera sul volto, del quale non riusciamo più a trovare il senso o a riconoscere la fisionomia, e che cosa mai facesse, ma di cui sappiamo, inconsciamente, che ci ha lasciato questo strano senso d`inquietudine, come di un qualcosa che ci colpisce e non ci vuol lasciare, che ci attrae e ci infastidisce sottilmente, come quei pensieri ansiosi e pazzi ed ossessivi che si rincorrono e si srotolano da soli nella nostra mente, senza che li abbiamo né cercati né voluti, e che tuttavia non siamo poi più in grado di scacciare.
„La loro realtà non è la nostra“, racconta Kinki Texas a proposito dei suoi curiosi personaggi. „Loro – dice - vivono nella dimensione che racconto nel mio Kinki-Texas-Space“. Benvenuti, allora, voi che all´arte non chiedete solo consolazioni e belle forme, che non volete mettervi in salotto qualcosa solo per sembrar più furbi e intelligenti in società, voi che dell´arte amate ancora le scudisciate e i pugni nello stomaco, che godete nel rigirare il coltello nella piaga del vostro immaginario: benvenuti, tutti voi, nel luogo dove non c´è happy end che tenga, dove le voci dei vostri incubi più oscuri hanno un nome e un volto, dove i personaggi disegnati prendono vita e i suoni si tramutano in colori. Benvenuti nel Kinki-Texas-Space – e che Dio vi aiuti a ritrovar la strada del ritorno.


 

 

Kinki Texas

IL COLORE DEL ROCK
NEI DIPINTI DI KINKI TEXAS

CUn eccentrico, raffinato e anarchico rockettaro. Appassionato di animazione tridimensionale. Specializzato in installazioni videomusicali. Amante dei film western al punto da scegliersi come irriverente pseudonimo “Kinki Texas”. Holger Meier, alias Kinki Texas, vuole confondere le acque. Creare intorno a se stesso un disordine programmato. Spargere nell’aria polvere di calcinacci e frastuono. Senza riuscirci del tutto. Quel che risulta dai suoi quadri è che Meier è prima di tutto un pittore. Nel senso genuino del termine. Vien da pensare al cinquecentesco Jacopo Comin o Robusti, detto “il Tintoretto” o anche “il Furioso” per via di quel modo rapace e veloce di aggredire le tela che gli valse questi nomignoli dai suoi coetanei. Nonostante le apparenze e l’alone border-line costruitosi intorno, Kinki Texas offre, attraverso la sua pittura, la contraria certezza d’essere una persona molto raffinata e sensibilissima. Le grandi dimensioni e le figure caricaturali e violentissime costituiscono un ulteriore muro, di vetro, tra il mondo e la sua anima. Potremmo parlare a lungo dei soggetti, tutti trasformati in luoghi pittorici all’interno delle singole opere, grazie a una scrittura enorme e gocciolante, trasversale e onirica. Ma ancora sarebbe come accettare il luogo dello slittamento linguistico, dello smarrimento semantico, operato dall’artista per allungare il percorso estetico verso le sue immagini. Quasi come l’idea del sentiero freudiano della sublimazione. Le vere tracce degli impulsi di Meier sono i colori. Gli straordinari accostamenti di tinte pastellate con rossi cinabro. Il rosso è il colore più forte in natura e nel contempo quello più raro. Kinki Texas si arrotola su furiosi rodei immaginari, fulminanti allucinazioni violente e quasi sadomaso per comporre opere delicatissime, fiabesche e ornamentali. E’ questa la vera potenza della sua pittura. Che offre immediatamente allo spettatore la necessità di uno spostamento del senso. La sua tavolozza quasi aurorale costruisce il fondo delle immagini violente. E magicamente le circonda. Le semplifica. Le ammansisce. L’obbligato e sin troppo semplice rimando conduce questi dipinti alle immagini del newyorchese Jean-Michel Basquiat. Ma a guardar bene le anime dei due pittori sono diversissime. Quasi opposte. Il geniale e amatissimo Willem de Kooning amava spesso ripetere che “ogni pittore intelligente ha in testa l’intera storia della pittura moderna che costituisce l’oggetto della sua arte. Tutto ciò che dipinge è un omaggio o una critica a quella storia e tutto ciò che dice è una nota ad essa”. Kinki Texas mostra l’inedita capacità di dipingere musicalmente. I suoi grandi lavori sembrano sì, loro stessi, brani di musica rock. Le martellate sui tamburi arrivano dalle larghe pennellate e gli accordi scatenati dai fluenti disegni di figure e dai bagliori del rosso. E qui invece vien da pensare a Lyonel Feininger, il maestro nato nel 1861 negli Stati Uniti, ma di origine tedesca, che dallo studio del violino (entrambi i suoi genitori erano musicisti) giunge progressivamente all’amore per la pittura avvicinandosi prima ai Fauve e al cubismo. Per poi approdare nel 1912 all’atelier Zehlendorf a Berlino, dove lavora con gli artisti del “Die Brücke” stringendo amicizia con pittori come Erich Heckel, Alfred Kubin e Karl Schmidt-Rottluff. Anche Feininger ha una struttura compositiva di molte sue opere che rimanda quasi inconsciamente a una partitura musicale. I lavori di Kinki Texas sono dei veri concerti pittorici. Consiglio di ascoltarli con grande attenzione, senza farsi sfuggire i passaggi dal tema centrale ai vari assolo strumentali. Con un elemento essenziale: che il colore ha preso il posto delle note. E l’ultimo ammonimento, che arriva ancora dal sommo de Kooning: “la carne -scriveva- è il motivo per cui è stata inventata la pittura”. Quella fermata nei dipinti di Meier appare lacerata e lacerante. Ma nasconde l’eco di un potente quartetto d’archi di Franz Jospeh Haydn. Alla faccia dei Rolling Stones.

Milano, aprile 2007
Paolo Manazza


 

 

Kinki Texas

Un mangiatore di patate

C’è chi, da solo, ottiene la salvifica pozione. Senza ricorrere a sostegni esterni, di qualsiasi possibile natura o forma. Holger Meier si traveste da terapeuta e raggiunge la salvezza, da solo. Si procura il medicamento alla ferita nell’attimo prima creata(si). Kinki Texas (preferisce autodefinirsi così, con un apostrofo nominale in cui si assapori porzione della passione country) è un agile circense che si muove in ambiti liminari. Tra crinali dalle anguste strettoie, dove è facilissimo perdere l’equilibrio e ritrovarsi a penzolare smarriti nel vuoto. Rischia nella tecnica, nei contenuti e nelle soluzioni con le quali allestisce e compone, per come li abbandona a una precarietà parziale che da subito disorienta.
Kinki Texas sa come provvedere, fermarsi in tempo, essere prudente con autonoma sicurezza, non avanzando oltre, irrimediabilmente. Sovraccarica e sovrappone la struttura disegnata solo in strategiche zone, trattiene vergine il supporto cartaceo altrove. L’inserimento delle lettere si introduce con armonica padronanza nel gestire e bilanciare la dimensione pittorica. La linea si concretizza isterica, biforcuta, tremolante fino a sfiorare le sponde del racconto.
Nella trama del disegno, pieno e vuoto si organizzano quali incudini dialettiche del procedere artistico. Kinki Texas (amante fagocitante di musica rock e film dalle ambientazioni – neanche a dirlo – western al punto da sfiorarne gli estremismi più kitch) avanza per addizioni e sottrazioni di spinte-linee-traiettorie coese e frammentarie, promuovendo amalgamanti in fieri. Altalenante, il suo traballare non è dato dall’indecisione o da una titubanza tecnica. L’artista è fiero della genesi anarchica con la quale esplode, rivelandosi dirompente, a tratti persino irriverente. Ma è docile la schiettezza del suo rivelarsi, perché diretta quanto sopraffina, nel concedere che l’approvazione dello spettatore sia totale, pressappoco immediata. Ogni disegno è illuminazione, provocazione, geniale intuizione. Una fiera e sarcastica polemica contro quel modus vivendi tinteggiato dalle sfumature più capitalistiche - là dove essere si qualifica come sinonimo di avere - è avanzata con spregiudicato humor. Kinki Texas affonda la lama nella polemica sbandierata_contro_la­­_bandiera costellata da stelle e strisce, sfruttando tonalità più o meno tenui composte e armonizzate per strappare un ironico sorriso, di sicuro e per primo il suo (in prima linea colori accesi e brillantissimi, dalle tinte fosforescenti e metalliche, dai lapis ai pennarelli, dai corposi e cerosi pastelli al bianchetto - che se dai più è usato per correggere gli errori commessi, per Kinki Texas è un fedele strumento per creare profondità, un senso di velata quinta prospettica che accoglie i personaggi avvolgendoli).
Il bazar materico dal quale l’artista attinge, grazie alla sfacciata varietà tonale, è fonte di invidia anche per i più piccoli disegnatori. L’immediatezza espressiva è repentina, flessuosa, quanto condotta a scatti e gradazioni. Le sue forme embrionali si inseguono lungo un percorso cosciente, in cui il caso è chiuso al di fuori di qualsiasi ed eventuale cordiale “benvenuto”. Da qui l’abbozzo segnico rinasce consapevole traiettoria in cui – ahimé - l’abbandono all’improvvisazione non trova terreno fertile per affondarsi, né per dare il via a una sommaria e precaria articolazione. L’input generante raggiunge l’inizialmente temuto grado di progettualità che, se pur conservatrice della sua istintività, è svelata quale imprescindibile prerogativa. Assurdo solo il pensare di poterla soffocare o attutire. L’artista le concede di esplodere, costernata dai suoi aloni e dalle relative successioni cromatiche, libera di agitarsi espandendosi, imponendole però di restare ben salda a gesticolare del suo pensiero. In questo, sapiente trapezista tra fili sottesi tra considerevoli alture e, al contempo, cosciente domatore di fronte a bizzarre e imbizzarrite fiere, che vorrebbero sconfinare i confini del concesso.
I personaggi di Kinki Texas non possono essere descritti. Preferiscono agitarsi, improvvisando. Compaiono dal bianco della carta, rifiutando qualsiasi accenno contenutistico, una cornice che li contenga, per non dire protegga. Kinki Texas non sente la necessità di inglobare le figure in sicuri approdi architettonici, in prospettive architettoniche. La ricerca di gabbie non rientra tra i suoi obiettivi.

 

Marta Casati