Francesco Orrù
|
|
|
Geometrie nello spazio
70x80 cm
Tecnica mista su tela
1990
|

|
Il cielo nella stanza
100x120 cm
Acrilico su tela
2000
|

|
La notte di San Lorenzo
170x180 cm
Acrilico su tela
2003
|

|
Radura
72x72 cm
Olio su carta intelata
2006
|

|
Campagna sarda
70x75 cm
Olio su carta intelata
2006
|

|
Francesco Orrù
|
|
Francesco
Orrù è nato nel 1954 ad Ussaramanna (CA). Vive e lavora a Biella.
|
|
|
| 2009 |
Collettiva “Al di là del bene e del cane” a cura di Viviana Siviero, sede estiva della GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI a Bedonia (PR)
Asta di beneficenza a favore di “Save the Children” a cura di Emanuele Beluffi e Philippe Daverio, Conservatorio di Milano (catalogo)
|
| 2007 |
Asta benefica a favore di Child Priority, Sotheby´s Italia, Montecarlo. Catalogo bilingue a cura di Marta Casati e Cristina Castelli, Courtesy GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Asta benefica a favore della Associazione Montessori Internazionale (AMI) in collaborazione con GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Lions Club Salzgitter e la Sparkasse Salzgitter-Bad (GER) (C)
Collettiva “OUT”, a cura di Elena Saccardi e Elisa Scuto, in collaborazione con Unione Europea, Ministero del Lavoro e la Regione Liguria, Complesso Monumentale di Santa Caterina, Finale Ligure (SV), Courtesy GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano (C) |
| 2006 |
Personale “Cosmogonie”, a cura di Mimmo di Marzio e Marta Casati, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano (C)
Collettiva “TransumArt”, a cura di Chiara Canali, Bedonia (PR), GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano con il Comune di Bedonia (C) |
| 2004 |
Personale “Cieli”, a cura di Nicola Ion Scotta, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Collettiva itenerante “Al caro Giorgio Gaber”, a cura di Giacomo Lodetti e Gianni Ottaviani, Libreria Bocca, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano (C) |
| 2001 |
Collettiva "Idee in linea", Galleria d'Arte "Silvy Bassanese"
Personale alla "Lavanderia", Biella |
| 2000 |
Personale ad "ART CONNECTION", Biella |
| 1999 |
Personale alla Casa Natale di Pietro Micca, Sagliano (BI) |
| 1998 |
Personale Palazzo Cisterna, Biella
Personale presso il "Circolo Commerciale" di Biella |
| 1994 |
Esposizione “Libreria Einaudi Diffusione Biella” in collaborazione Einaudi, Torino |
| 1993 |
Partecipazione “Biella Ferrero Estate”
Partecipazione “Biella Arte e Resistenza” celebrazione 50? Anniversario, patrocinato dalla Regione Piemonte e dalla Cassa di Risparmio di Biella |
| 1989 |
Personale a Candelo, Sala Comunale cerimonie “Ricetto” di Candelo
Personale “Castello di Valdengo” |
| 1986 |
Personale Galleria "Il quadro", Biella |
| 1986 |
Personale al "Circolo Biella" |
|
|
| Fiere |
|
| 2009 |
BAF (Bergamo Arte Fiera), GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano |
| 2008 |
Art/CO´, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
BAF (Bergamo Arte Fiera), GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano |
| 2007 |
MiArt, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano |
| 2006 |
Riparte Art Fair Roma, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano |
| 2004 |
“Art First” Bologna, Silvy Bassanese Arte Contemporanea, Biella |
| 2003 |
“Art First” Bologna, Silvy Bassanese Arte Contemporanea, Biella |

Francesco Orrù
|
Testo
Mimmo Di Marzio 2006
COSMOGONìE
"Il
colore è il tasto, l'occhio è il martelletto,
l'anima è il pianoforte dalle molte corde. L'artista
è la mano che, toccando questo o quel tasto, mette
opportunamente in vibrazione l'anima umana". Così
scriveva Wassily Kandinsky nel suo memorabile saggio "Lo
spirituale nell'arte", il primo a mettere in luce il
principio della "necessità interiore" dell'opera
artistica in grado, al di là della rappresentazione
dell'oggetto, di attivare modalità esperienziali
che entrano in diretta risonanza con la sensibilità
creatrice dell'artista. La lezione filosofica che vede accogliere
nel grembo dell'arte meditazioni metafisiche e segreti artigianali
che si intrecciano e talora si confondono in un magma primordiale,
è stata accolta e professata da tutti quegli artisti
anche contemporanei che credono nella risonanza interiore
di un'opera d'arte "madre dei nostri sentimenti",
e dunque più vicina a quella degli artisti primitivi
che parlavano linguaggi puri ed essenziali.
Il linguaggio pittorico di Francesco Orrù colpisce
lo spettatore per la naturalezza con cui riesce a codificare
messaggi archetipici e quindi universali, riuscendo pienamente
in quel processo dialettico interno-esterno che trasforma
le im-pressioni percettive in es-pressioni artistiche. Orrù
è un metafisico. E un archetipico. I suoi rebus cosmogonici
sono totalmente scevri di sovrastrutture concettuali ma
sembrano pescare direttamente da quel bagaglio universale
che è l'inconscio collettivo.
La spiritualità di cui trasbordano le sue tele prende
la vita anzitutto dal colore, vero leit motiv del suo lavoro.
Il colore abbracciato dall'artista guarda caso è
il blu, pigmento che, nella scala cromatica, è solo
casualmente legato a un fattore rappresentativo e oserei
dire naturalistico.
Il blu è esattamente il colore che più di
tutti incarna il valore della spiritualità, proprio
come il primo acquarello astratto di Kandinsky del 1910
che segna un definitivo spartiaque tra il prima e il dopo,
vale a dire tra un'arte materialistica e una dichiaratamente
metafisica. Per Ives Klein, allo stesso modo, il blu era
la saggezza, la pace, la contemplazione, l'unificazione
di cielo e mare, il colore dello spazio infinito che, essendo
vasto, può contenere tutto. Il blu, per il maestro
del Nouveau Realisme è "l'invisibile che diventa
visibile".
Il cielo. La scelta del cielo come scenografia costante
delle rappresentazioni di Orrù non riveste alcun
valore naturalistico ma ha altresì connotazioni simboliche
e fortemente alchemiche. Nella sua opera il cielo con le
sue mutevoli costellazioni è la pagina in cui ascrivere
il mistero che separa il conosciuto dallo sconosciuto, il
materiale e l'immateriale ovvero rappresenta il dialogo
continuo che esiste tra terra e cielo, naturale e spirituale.
In questo senso, l'artista osserva il cosmo, per usare le
sue parole, con "l'incantamento di bambino quando guardavo
il cielo che si accendeva di mille luci al crepuscolo".
E quel cielo cielo diventa il luogo sacro in cui trasferire
la sua intima dimensione di spazio, forse memore di quello
che per Giotto fu la scoperta dell'azzurro stellato quale
dimora di una rivoluzione copernicana realizzata attraverso
l'arte.
"Cerco di vedere dove mi situo nell'infinito e tento
di rappresentare ciò che si trova intorno a me",
dice oggi il grande maestro tedesco Anselm Kiefer le cui
cosmogonie fotografiche, pittoriche e scultoree sono sempre
dense di allusioni cabalistiche e di combinazioni alchemiche.
Il bisogno di Orrù di affidarsi al cosmo come strumento
alchemico di interpretazione del mondo è del resto
un tema primordiale che riguarda strettamente da vicino
la poetica contemporanea e su cui si è incrociata
la ricerca di artisti apparentemente distantissimi per linguaggio
e forza espressiva.
Rispetto ad un concetto di speculazione artistica del cosmo
come quella adottata dai Futuristi (basti pensare ad opere
come "Dinamismo astrale" di Giacomo Balla, oppure
ad "Aurora boreale" di Luigi Russolo) in cui la
cultura positivista si fondeva agli umori spiritualisti
del simbolismo, l'artista di Biella ripercorre temperature
emotive che ricordano in parte quelle degli Spazialisti,
ovvero di un'arte che, abbandonando l'uso delle forme conosciute,
ne sviluppi una altra fondata sull'unità del tempo
e dello spazio. Inseguendo l'orizzonte delle visioni di
Orrù, tornano facilmente alla mente le parole di
Lucio Fontana quando nel suo Manifesto dell'arte spaziale
disse: "Non voglio fare un quadro, voglio aprire lo
spazio, creare per l'arte una nuova dimensione, collegarla
al cosmo, come lo si intende, infinito, al di là
della superficie piatta dell'immagine".
Allo stesso modo Orrù inventa spazi possibili, anzi
probabili entro cui l'ombra del Sé, sempre presente
anche quando nascosta, si interroga sul mistero dell'esistenza.
Ma la sofferenza non trascende mai nel tragico e resta pur
sempre sospesa, a volte ironizzata, spesso popolata dal
sogno discreto di un mondo magico dove figure infantili
o forse soltanto popolari fanno talora capolino e sorridono
silenziose.
Mimmo
Di Marzio

|
Francesco Orrù
|
Testo
Marta Casati 2006
Suffissi_Archetipi_A???
La
radice di una parola è quella piccola porzione iniziale
dalla quale poi il termine si sviluppa, prende campo, cresce,
esce allo scoperto. Togliendo quella parte iniziale, o finale
che sia, il segno grafico che indica un concetto, un oggetto,
una presenza reale, viene a cadere. L'a??? di tale termine
è la linfa strutturale, la trama compositiva che
lo sorregge nel suo comporsi. La complessità del
linguaggio - di una lingua o dialetto che sia - può
essere così ricondotta a un semplice e lineare incontro
di due o al massimo tre lettere. Non di più. L'apparenza
nella quale il nostro orecchio e la nostra lingua, invece,
si scontrano è ben più complesso. La manifestazione
degli eventi linguistici appare ben confusionaria, complessa,
dalle infinite eclettiche possibilità. Ritornando
però alla matrice-madre il caos di composizioni si
attenua, tutto si placa, la soluzione dell'enigma è
sciolta. Impossessandosi degli archetipi il gioco si conclude,
la soluzione ha il sopravvento. Basta giungere alla radice.
E' la radice che sostiene. Vagare in divagazioni esterne
è solo spreco.
La radice di una parola, la radice di un concetto, la radice...di
un albero. Perdersi nelle frammentazioni dei suoi fogliami
non sempre appare proficuo. Solo ben guardando, si potrà
osservare come la corona di rami e fiori sia però
direzionata verso l'altezza. A ben guardare, quel suo surplus
non è così opposto alle diramazioni sotterranee,
quelle radicate nel terreno.
Un tendere opposto che si completa e che si richiama a vicenda.
L'albero esplode in basso ed esplode in alto. La tensione
è diagonalmente raggiunta, sviluppata.
Il dato manifestato nella realtà, da sempre, ha avuto
una sua rappresentazione. Dal Tempo dei Tempi la mente umana
scopre la necessaria volontà di raffigurare quanto
ha di fronte, quanto l'occhio registra e incamera. L'uomo
non inventa perché non ha mai inventato. Quanto è
già presente viene presentato. La tensione della
linea e la linea in tensione si concretizzano in figure
chiare: il Cerchio, il Quadrato, il Rettangolo. Tali corpi
assumono valenze mitologiche, non certo perché frutto
di Illuminazione umana. Nessuna materia grigia, se pur distribuita
in più teste e in grande abbondanza, sarebbe mai
stata sufficiente senza la pura e semplice osservazione.
Quell' Osservazione che si merita la maiuscola perchè
sintomatica di un guardare profondo, riflessivo. Ecco: comprendere
che, talvolta, nello scontato si cela il Tutto è
già Tutto.
Uno e Tutto nell'Ovvio. Ovvio è comprendere la forza
trascinante che sorregge l'intermediazione rivelata. Un
albero è la forza intermediaria tra l'ancora della
Terra e l'inafferrabile che ricopre la calotta emisferica.
Francesco Orrù: pittura come esperienza, ogni seduta
artistica seduta di vita. Inscindibile il tragitto esistenziale
da quello artistico. Il pittorico diviene reale. Orrù
ha compreso che l'osservazione delle forme che esistano
da Sempre permette di afferrare ciò che va oltre
il Tempo. Ecco che, allora, non occorre inserire, piuttosto
togliere. La sua immediatezza è repentina, irruente,
cosparsa del non volersi trattenere. L'approccio alla superficie
pittorica di Orrù è l'incontro con energie
lontane. Un richiamo sopraggiunge, irradia, completa. Non
c'è un copione, non una interpretazione preordinata.
L'improvvisazione è coesa da un pensiero che affiora
con irruenza, fino a placarsi sulla superficie di fronte.
Il ritmo si impadronisce della circostanza, coordina e manipola
l'esistenza psichica e fisica dell'artista. L'Uomo di Orrù
osserva i segni che ha attorno, gli rispetta e - senza presunzione
nel poterci riuscire - cerca di interpretarli. L'Uomo di
Orrù non è smanioso del dettaglio, maniaco
del nonnulla. Aspira all'Altezza mantenendo i piedi ben
ancorati. Nonostante questo, vola.
La sacralità raggiunge ogni dettaglio, cercando si
esprimersi nella sua forma più semplice. La funzione
pittorica alla quale assistiamo ha il compito di comunicare
il modo migliore (perché aspirazione di Luce) e farlo
nel modo più semplice. Il dramma dell'Io resta così
inviolato, a ciascuno resta il privilegio di scovare, indagare,
sfruttare la grande opportunità offerta dalla bacchetta
magica chiamata "arte". Il linguaggio adottato
da Orrù è povero perché simbolico,
quindi già completo. Orrù non intende individuare
un strada, imporre una risposta al Mistero. Il Mistero resta,
per fortuna, insoluto. Per questo, la tensione cosmica prosegue.
Il cerchio è metafora di vita, il menhir totem di
speranza, il dolmen il quid cosmico che accompagna ogni
oggi. La geometria si avvalora di gesti dalla portata carica
di rito. Il mito disarma, ma sopraggiunge. Inutile negare
la sua portata. Devastante. Oggi come Ieri. Senza differenze.
Marta
Casati

|
Francesco Orrù
|
Testo
Nicola Ion Scotta 2003
"CIELI"
Figure umane solo abbozzate su un cielo stellato ci rammentano il
luogo della nostra provenienza spirituale e biologica.
I cieli di Orrù colgono tutta la nostra purezza. La tela
preparata di bianco e gesso viene ricoperta di blu per poi
essere incisa. Stelle e sagome umane si stagliano bianche
sulla superficie scura del cielo notturno come forme serafiche
tra cielo e terra.
Le opere di Orrù sono realizzate a grandezza naturale. Ogni
sagoma ridona a chi la osserva il riflesso del suo essere
essenziale. Il tratto leggero non invasivo ci restituisce
la libertà di fantasticare sulle forme e su noi stessi.
L'aurora di una novella ingenuità infantile prende il sopravvento
sul codice formale del mondo degli adulti e, sopraffatti
dall'immensità del cielo stellato, reagiamo ricercando nei
particolari una forma mitologica altrimenti dimenticata.
Orrù ci restituisce il cielo della notte. Il cielo come
luogo della prima antropomorfizzazione del mondo, fonte
inestinguibile della nostra cultura, e allo stesso tempo
tra matematica e mitologia ci rivela la nostra origine stellare.
Il cielo era un tempo l'oggetto privilegiato di ogni speculazione
del pensiero. L'uomo provava stupore verso questa moltitudine
di stelle e di avvenimenti inspiegabili. La sua osservazione
ci ha donato le forme primordiali della nostra mitologia.
Ci ha trasformati da raccoglitori in coltivatori. Contribuisce
da secoli alla ricerca matematica e fisica. Ispira da sempre
la contemplazione poetica. E infine ridona ai viventi la
possibilità di entrare in contatto con l'aldilà.
Ponte tra la vita e la morte, oceano per i grandi navigatori
del sapere, il cielo sarà sempre il nostro compagno di vita
più vicino. Sotto questo manto di stelle l'uomo eleva se
stesso, migliora la sua condizione e scopre ogni volta un
rinnovato spirito religioso.
Lo sguardo di Orrù verso il cielo è quello dell'uomo che
prova stupore. Trasforma il cielo notturno in tavolozza
di forme geometriche e figure antropomorfe, rivelandoci
il significato di origine nella sua semplicità e purezza.
Il cielo non detta regole a priori, né si mostra a tutti
allo stesso modo. La sua universalità dipende dal fatto
che ispira in ognuno di noi un senso di appartenenza e di
contemplazione uguale in superficie, unico nell'intimo.
Milano, 19 gennaio 2004
Nicola
Ion Scotta

|
| |
|