Draffehn - Intervista Francesca Di Giorgio

Christiane Draffehn. Intervista di Francesca Di Giorgio, 19-11-2011

«Un ghepardo addormentato in una vecchia cucina dai muri scrostati, un cancello gotico soffocato di rampicanti che delimita un pezzo di mare; giganteschi animali acquatici che abitano vecchi appartamenti bohémien e principesse vestite di corolle di fiori solo appena appassiti…». Inizia così il testo di Alessandra Redaelli scritto per la personale di Christiane Draffehn da Bianca Maria Rizzi. Nonostante il lavoro della Draffehn spinga a letture mai univoche non esiste, forse, miglior modo di questo per iniziare a parlare del suo lavoro. Da un racconto, una descrizione minuziosa che si perde nei meandri dell’immaginazione. Si deve partire dalla messa in scena, da ciò che appare ma non è, dall’equilibrio instabile di elementi certi e conosciuti più dalla mente che dall’occhio che mentre guarda vaga, contemporaneamente, in altri territori…

 

Sono curiosa di sapere chi è Christiane Draffehn. I tuoi lavori raccontano… E tu? Quali parole useresti per descriverti?
Presumo tu preferisca la versione ridotta della storia!…
Disegno e dipingo costantemente come una bambina… La comunicazione visiva sembra essere la mia lingua madre. Mi sento più a mio agio nel mio lavoro che è la mia vocazione. Qualcuno potrebbe anche dire che sono io stessa il veicolo per il mio lavoro. Mi piace anche stare per strada ed esplorare ciò che non si conosce, fotografarlo e incorporarlo nelle mie immagini. Spesso in un’immagine sola, sotto uno stesso cielo convivono oggetti, persone ecc… che possono provenire da tanti paesi differenti. Mi sento molto privilegiata di poter fare quello che so fare meglio.

 

Hai iniziato la tua carriera come pittrice negli anni ’80. Da quegli anni cos’è cambiato nel tuo modo di fare arte? Cosa ti ha condotto al passaggio dalla pittura alla fotografia?
Per lungo tempo ho dipinto esclusivamente ad olio, è stato un periodo intenso e meraviglioso in cui ho attraversato varie fasi artistiche e forme d’espressione… ma la mia immaginazione era molto più veloce della mia mano con il pennello così sono andata alla ricerca di un medium che potesse mettere in pratica velocemente e in maniera perfetta le mie idee e ho cominciato ad avere a che fare intensamente con la fotografia. Negli anni precedenti avevo lavorato anche con differenti tecniche di collage così è stato naturale unire questi due elementi in una nuova e per me eccitante relazione. Fotografavo come una pazza e usavo le foto in sequenze di lavoro sempre più digitale. Con questo tipo di strumenti sofisticati ero in grado di immergermi in modo più profondo in una nuova ed entusiasmante dimensione espressiva e di dar forma ai miei mondi fantastici.

 

Il tuo lavoro permette di iniziare ad ogni sguardo un viaggio fantastico, popolato da cose, animali, creature ibride. Da dove arrivano questi soggetti? La tua immaginazione è accesa da …?
Come dicevo nella mia immaginazione c’è tutta la mia vita, la mia lingua madre ecc. . Ad esempio le abitudini degli uomini sono abbastanza simili a quelle degli animali, quando si descrive una situazione particolare. I paesaggi riflettono l’umore, l’atmosfera della scena che vi si svolge all’interno. La persona, il suo atteggiamento, l’aspetto, la corporatura ecc., sono in scena e rappresentano “gli stati d’animo”, il significato speciale. Molti elementi sono in bilico tra ordinarietà e bizzarria.

 

Da The Guardian, The Siesta, The Lover a The Files, Visiting Uthea e Caught – solo per nominare alcuni tuoi lavori – suggerisci mondi alternativi. Come costruisci i tuoi set?
Forse come un teatro, anche se non vi è uno scenografo con un arsenale infinito ma solo foto dal mio archivio. A guidare tutto è l’idea o l’ispirazione e il resto è poi affidato al lavoro, alla scenografia, all’illuminazione, ai tanti modelli campioni, agli attori, alla messa in scena ecc.. A volte c’è un’immagine fatta di parti di un intero mondo: una sedia da un mercato delle pulci di Berlino, una nave da un museo di Vienna, un pezzo di pavimento di pietra da Roma, una pianta dalla Florida, un animale esotico dallo zoo di Londra, un cielo dalla Scozia, una lampada da un vicolo di Shanghai e una donna da Mosca.

 

È inevitabile. La ricchezza delle visioni che proponi mi spinge a pescare nella storia dell’arte… Quali sono i tuoi riferimenti? Chi c’è nel tuo archivio della memoria?
Forse, gli artisti più importanti per me sono: Leonardo Da Vinci, Picasso, Kandinsky, Ernst, Richter. Ma la lista è decisamente incompleta. Di Ernst in particolare mi attrae il linguaggio Dada e Surrealista. René Creval, scrittore surrealista, lo definiva: «Il mago degli spostamenti quasi impercettibili».
Per la fotografia: Cartier-Bresson, Lindbergh, Saudek, Arndt and Poliza e molti altri fotografi di paesaggio o di moda. Ma per me sono anche molto importanti le meraviglie del misterioso mondo sottomarino e la rappresentazione dei micro-mondi.

 

Cosa mi dici delle esposizioni? Dove potremo trovare il tuo lavoro?
Il mio lavoro da pittrice è un lungo capitolo così come quello del graphic design nel campo della moda, dell’illustrazione per l’editoria o la creazione di opere d’arte per case discografiche internazionali. Ma non voglio deconcentrarmi dalla mia attuale attività e mischiare mondi e storie differenti. Per quanto riguarda i lavori fotografici, iniziati alla fine del 2004, dopo un lungo periodo di ricerca e sperimentazione, sono stata rappresentata in esclusiva – fino alla metà del 2009 – da Art Photo Expo negli Stati Uniti, esponendo per la prima volta ad Art Basel Miami nel 2007.
Alla fine del prossimo anno ci saranno due mostre in programma in Sud America e a Shanghai e un importante progetto editoriale verrà pubblicato nel 2011.

© 2017 Galleria Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter - P. Iva 07555100960 - Tutti i diritti riservati. Privacy | Termini e Condizioni | Login
Tel +39 02-58314940 - Mob +39 347-3100295 - info@galleriabiancamariarizzi.com
Design visualmade